HomeDREAMDREAM : non solo cure, ma cultura del vivere insieme
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Feb
2016
01 - Feb - 2016



2016-01-27_134948Sotto una paillote una trentina di persone si ritrovano a parlare e ad ascoltare.  Alcune sono cristiane, la maggior parte musulmane. Si conoscono da vari anni e sono amiche. Sono quasi tutte donne. Alcune di loro, una volta al mese si recano in una prigione della periferia dove sono ammassati in una  sola stanza un centinaio di uomini; quando riescono a raccogliere indumenti o cibo, portano loro qualcosa, ma spesso vanno a mani vuote, per una visita d’amicizia, per salutare, per raccogliere numeri di telefono di parenti lontani o ignari della loro condizione, per ritessere legami strappati. Altre fanno visita regolarmente ad un gruppo di bambini in un picco orfanotrofio, sempre in periferia.  Ospita una trentina di bambini, tra i quali alcuni malati di AIDS.

Non sono ricche, anzi. Alcune hanno storie complicate dalla povertà ma soprattutto dalla malattia che rappresenta ancora qui un motivo ulteriore, per le donne, di emarginazione e stigma. Ma non hanno affatto l’aria malata né triste. Mario Giro, sottosegretario agli Esteri e membro da tanti anni della Comunità di Sant’Egidio,  in visita ufficiale in Guinea è venuto a fare visita e ad incontrarle, nel centro DREAM di Conakry.

Il discorso parte dalla loro vita e dalla loro esperienza2016-01-27_145631 ma si allarga poi ai temi grandi della coabitazione tra etnie e religioni diverse. Temi alti che toccano però la vita quotidiana di ciascuno. Nei quartieri della capitale, dove da sempre cristiani e musulmani vivono fianco a fianco,  arrivano le voci delle guerre, delle migrazioni, degli attentati. Pochi giorni fa un altro “paese fratello” è stato colpito da un attentato che ha fatto 30 morti, operato da tre ragazzi appena ventenni. “Se tu vuoi andare in Europa non puoi più se ti chiami Ousmane o Fatoumata, devi cambiare nome…non ce li vogliono lì i musulmani“. Raccontano di un sottile disagio, come se gli il vento della violenza arrivi, smorzato, anche in questo paese,  con una tradizione di coabitazione, non sempre facilissima, ma radicata. E la domanda che spunta è una di quelle fondamentali: cos’ è che divide?  Dio è uno, per tutti. Ci si avventura quasi su un terreno teologico e su cos’ è che contraddistingue le grandi religioni monoteiste.

Sotto la paillote del centro DREAM si accavallano storie, desideri , sentimenti, progetti.

C’è molto desiderio di capire, un ascolto attento, ma anche la testimonianza di un’amicizia che può andare oltre la diffidenza, oltre le diversità.  Che è già una realtà vissuta insieme, quotidianamente nella cura dei malati, cristiani, animisti, musulmani, peul, soussou o kissi, donne sole  – anche quelle tutte coperte di uno spesso velo nero che lascia scoperti solo gli occhi – orfani e adolescenti che desiderano un futuro “normale” anche se malati.

C’è la tenerezza e la felicità provata  nel pranzo di Natale, preparato insieme, di fronte al bambino che sgrana gli occhi davanti al regalo del suo primo paio di scarpe o al grazie del prigioniero che finalmente quest’anno ha mangiato la carne.

2016-01-27_131627L’esperienza della propria debolezza accolta e curata, provata nel momento della scoperta della malattia, o nel momento in cui a causa di essa ci si è ritrovate sole;  un luogo come il centro DREAM della Comunità di Sant’Egidio che diventa la casa di tutti; la consapevolezza che la propria vita è ancora davanti e che è utile non solo per se stessi ma per altri; la coscienza di non essere soli…tutto questo continua a legare gente con storie personali,  cultura, religione ed etnia diverse.

È una via che a molti sembra troppo semplice, la via dell’amicizia, del rispetto della diversa fede, della equità e dei diritti (alla salute, alla cultura, alla dignità) ma è la via possibile a tutti, non importa il tuo grado di istruzione o la tua situazione economica. È il dialogo, curioso e rispettoso dell’altro, che si può fare ogni giorno, per strada e nei quartieri. Preservare pace e coabitazione è quello che le donne di DREAM possono e vogliono fare, per una Guinea pacifica, che trova nella coesione la chiave di un futuro possibile e nelle donne una forza insospettata.

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