HomeDREAMNapoli, Italia – Discorso di Noorjehan Abdul Magid, dottoressa, responsabile medica del centro DREAM di Machava (Maputo), al panel su “L’AIDS, una sfida che si può vincere”, tenutosi nel corso dell’Incontro Internazionale di Napoli “Per un mondo senza violenza. Religioni e culture in dialogo”
22
Ott
2007
22 - Ott - 2007



Ringrazio la Comunità di Sant’Egidio, l’Arcidiocesi di Napoli e tutte le personalità presenti, per avermi concesso l’onore di poter dire alcune parole in quest’occasione così importante per tutti noi.
Io, Noorjehan Abdul Magid, mozambicana, di origine indiana, musulmana, medico di professione dal 1999, vorrei dare testimonianza su quello che vuol dire per me curare l’AIDS nel mio paese.
Lavoro con la Comunità di Sant’Egidio nel centro DREAM di Machava, una località vicina a Maputo, fin dagli inizi. Sono molto orgogliosa di dirvi che sono stato il primo medico mozambicano a lavorare con la Comunità, e la prima ad utilizzare la terapia antiretrovirale nel mio Paese. In verità, Machava è il primo centro DREAM in Africa ad introdurre la terapia antiretrovirale.
Prima di conoscere la Comunità di Sant’Egidio lavoravo nell’Ospedale nazionale di riferimento per la tubercolosi, era già medico, formato da oltre due anni, e con grande frustrazione e disappunto vedevo molti malati morire, nel mio reparto al ritmo di circa cinque decessi al giorno, tutti malati di TBC con il virus HIV.

Non riuscivo a farli riprendere … morivano in poco tempo. Facevo tutto quello che era possibile fare, ma non avevamo i medicinali per curare l’AIDS. A quei tempi finivo addirittura per dire che come medico non ero capace, che la mia medicina non serviva a nulla, che serviva appena per certificare i decessi. Non è facile assistere all’agonia di un malato, anche per un professionista della salute, vi garantisco che ci sentivamo impediti, senza poter fare nulla di più … allora mi chiedevo “quando finirà quest’agonia? Fino a quando? Non c’è davvero null’altro che posso fare per questo malato?”.
Pregavo Dio che mi indicasse una soluzione per questa malattia. A quel tempo nel mio paese non c’era cura, se non per pochi ricchi. Poi nel 2002 le cose sono cambiate, Dio ha ascoltato le mie preghiere, ho conosciuto la Comunità di Sant’Egidio, fu un miracolo … già cominciavo a intravedere una speranza per i miei malati.
Accanto all’Ospedale Generale di Machava, dove lavoravo, c’era un piccolo centro: è lì che abbiamo iniziato. Quella piccola costruzione venne ristrutturata e adattata per essere accogliente. All’inizio non è stato facile, visto che eravamo i pionieri della terapia antiretrovirale. Arrivavano al centro malati già in fase terminale, e molto gravi. Vista la gravità della situazione, era molto difficile credere che quei malati potessero riprendersi. Mi ricordo di una paziente che era molto malata, a cui veniva praticata l’assistenza medica a casa, pensavo che avrei certificato il suo decesso quel giorno o certamente l’indomani. Perché era una di quelle malate con le identiche caratteristiche dei malati che io vedevo morire all’Ospedale. Ma ogni volta che passavo, era un giorno in più che lei guadagnava alla vita. Non potete immaginare la mia gioia … la previsione di decesso era errata. Cominciò a respirare, e a migliorare. Già veniva al centro senza alcun aiuto da parte nostra … come medico e come donna di fede stavo assistendo a un miracolo di vita … oggi questa donna lavora come attivista nel programma DREAM, e aiuta gli altri pazienti attraverso l’assistenza domiciliare, avvalendosi della sua esperienza personale per incoraggiarli.
Il nostro centro si è così trasformato in un centro di riferimento per i malati sieropositivi, accogliamo malati da varie parti del Paese e a volta

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